Carlo Carrà
Carlo Carrà (1881-1966), è nato a Quargnento in provincia di Alessandria. All'Accademia di Brera nel 1906 si avvicina al divisionismo; nel 1909, dopo aver letto il Manifesto del Futurismo di Marinetti, diventa un artista futurista militante. Nel 1915-1916 si allontana dal Futurismo e si avvicina al primitivismo della pittura italiana di Giotto e alla filosofia platonica nell’interpretazione cristiana. Arruolato nell’Esercito, nel 1916 viene trasferito a Pieve di Cento, Deposito XXVII° fanteria e nel 1917 a Ferrara. Ricoverato anche lui a Villa del Seminario, collabora con Giorgio de Chirico, che già a Parigi aveva inventato la Metafisica (1) Ampia è la sovrapposizione tra il loro pensiero metafisico e la loro pittura, ma anche le differenze e la competizione fino ad arrivare alla polemica e alla rottura del sodalizio.
Per approfondire
Sulla loro competizione è doveroso raccontare la storia di un quadro. Carlo Carrà, affascinato dal maestro della Metafisica, dipinse il quadro intitolato “Impressioni dall’ospedale neurologico. Villa del Seminario”, come risulta da una foto riportata nella Illustrazione Medica Italiana del 1921. Qualche anno dopo, però, si accorse che questo quadro era pieno di icone dechirichiane (i biscotti e il manico a strisce colorate del bastone), per cui decise di cancellarle e di dare al quadro un altro titolo, “Solitudine” (1917), che tuttora è quello riconosciuto.
Anche il quadro “La camera incantata” (1917) ha una stretta parentela con le tele coeve di de Chirico, dal momento che vengono rappresentate le stesse due icone, ovvero il galleggiante per la pesca e la formella metallica a forma di pesce, entrambe ricollegabili all’attività riabilitativa del pescare lungo il canale Volano.
Un altro oggetto ad uso sanitario viene riportato nel quadro “Madre e figlio” (1917), il che ci fa ricordare come Villa del Seminario fosse un Centro Ospedaliero; sul pavimento, infatti, è possibile individuare una forma stilizzata del rocchetto di Ruhmkorff, utilizzato per le sedute di elettroterapia riabilitativa sui soldati feriti al fronte oppure quelli nevrotizzati e paralizzati dalla autosuggestione indotta dallo stress delle trincee.
Il quadro “Idolo Ermaphrodito” (1917) è interessante in quanto è sicuramente un tributo ad Alberto Savinio che aveva scritto il suo primo libro intitolato Hermaphrodito, ma contemporaneamente è anche una presa di distanza dall’amico metafisico. Osserviamo, infatti, che il manichino di Carrà ha la mano destra con tre dita aperte e due chiuse; questo gesto racchiude in sé la simbologia cristiana della Trinità e anche delle due nature umana-divina di Gesù-Cristo. La Metafisica di Carrà, infatti, era influenzata dalla lettura cattolica-cristiana di Platone e quindi dal Vangelo, mentre quella dei fratelli de Chirico era influenzata dalle filosofie laiche di Nietzsche e Schopenhauer, oltre che dalla lettura di alcuni libri del Vecchio Testamento.
Riferimenti bibliografici
Federica Rovati, Carrà tra futurismo e metafisica, Scalpendi editore, Milano, 2011
